La storia
(da uno studio di Francesco Paradiso1 pubblicato dall'Associazione Culturale Festival Organistico San Martino delle Scale in occasione del 650° anniversario della riedificata Fabbrica di San Martino delle Scale)
Dal 1494 al 1771 la Basilica Abbaziale di San Martino delle Scale ha sicuramente goduto della presenza di due organi. Uno l’Organo Grande, l’altro l’organetto piccolo “per il coro di notte di San Martino”. Di quest’ultimo purtroppo non v’è più traccia. Per quasi tre secoli i due strumenti hanno sostenuto il canto della comunità monastica ed accompagnato le celebrazioni liturgiche. Conservate presso gli archivi palermitani le note di spesa del monastero documentano la progettazione, la costruzione, la manutenzione di questi strumenti e testimoniano la presenza di numerose e qualificate maestranze alcune delle quali di indiscusso valore.
In principio, nel 1494, ricordiamo l’opera di m.o. Angelu de Iurdanu, organista (?), e m.o. Bartholomeu Skillaci, “organaru”. 11 31 gennaio 1594 - in contemporanea con la realizzazione del coro dell’Abbazia (1591-1597) - la comunità monastica stipula un contratto con Mag.r Raffael La Valli (Raffaele La Valle 1543 ca. - 1621) - Panormitano Organario Eminentissimo - per la progettazione e la costruzione di uno strumento “di la forma e disegno de l’organo del convento di s.to Franc.o di questa città di Pal.mo”. Il manufatto, disperso, è tipico dell’arte organaria siciliana cinquecentesca. Pochi registri - dieci - un’unica tastiera di cinquanta tasti con prima ottava “corta”, pedaliera “siciliana” senza registri indipendenti ed il tremolo detto “tremolante”. Nel 1753 Ignazio Faraci e Baldassarre di Paola - organari - si obbligano a migliorare e restaurare lo strumento. Una serie di modifiche ed aggiunte culminano con l’opera dell’alcamese Baldassarre di Paola (1719 ca. - 1797). “Professore di lucido ingegno” ed autore di magniloquenti ripieni aggiunge all’organo nuovi registri ed accessori di carattere imitativo tipici dell’ organaria tardobarocca.
Fra il 1770 ed il 1784 l’Organo Grande di San Martino si arricchisce dunque di 72 registri e quattro tastiere, Le tastiere del tipo “a finestra” - così come accade nel monumentale organo opera di Donato del Piano (1704 - 1785) presso il monastero benedettino di San Nicolò l’Arena di Catania (1755 - 1764) - comandano tre organi distinti: il primo, al centro della cantoria, ha due tastiere e la pedaliera; i due laterali, distanti un paio di metri circa da quello centrale, hanno solamente una tastiera senza pedaliera. La fonica è caratterizzata dalla presenza di “molti strumenti d’orchestra ben imitati, l’intera Banda militare, l’Eco (seconda tastiera), un armoniosissimo Ripieno e i Contrabassi a tuono dei quaranta (32’ piedi) e quattro tastature per sonarsi in concerto con tre diverse persone”. Morto Baldassarre di Paola, creatore del singolare strumento, la manutenzione viene affidata al figlio Giovanni Battista (1745 1813). Nel 1807 a Filippo di Blasi di Pietraperzia (Ernia). Fra gli organari del monastero ricordiamo anche Salvatore la Grassa. Questi prestò la sua opera fra il 1843 ed il 1849. Il 18 giugno 1850 Basilio Alfano presenta una relazione di restauro ed ammodernamento dello strumento ma il progetto non incontra il favore dei monaci. Il 26 marzo 1852 - completato il magnifico organo a sette tastiere tre al centro e due ai lati destinato ad esecuzioni collettive presso la collegiata di San Pietro a Trapani (1836 1842) - il geniale organaro di Altarello di Baida Francesco la Grassa Selafani (1802 - 1868) stipula un contratto per la ricostruzione dell’organo di San Martino. Tra il 1852 ed il 1856 ed oltre, fino al 1862, costruisce il nuovo strumento. Per espresso volere dei monaci egli utilizza tutto l’antico materiale fonico ancora disponibile. Pervenutoci solo in parte l’organo consta di circa 47 registri e di cinque tastiere del tipo a “finestra”. Esse comandano tre organi: il primo al centro con tre tastiere di 63 tasti e la pedaliera di dodici pedali, i due ai lati con una tastiera ciascuna di 51 tasti e la pedaliera anch’essa di dodici pedali. Lo strumento di 3150 canne e del costo di 1200 onze non ha vita lunga. Nel 1913 in ossequio ai principi della riforma liturgica il palermitano Giacinto Micales Lugaro lo trasforma sensibilmente. Le tastiere centrali sono ridotte a due Grand’Organo ed Espressivo - diminuendo anche il numero dei registri, 21. Rimangono inalterati l’Organetto Corale (organo di sinistra) ed il grande prospetto. Nel 1918 ricordiamo l’intervento della casa organaria Laudani e Giudici di Palermo. Nel 1953 il palermitano Gaspare Schimicci colloca una consolle elettromagnetica con due tastiere in basso, sotto la cantoria, dietro l’altare maggiore. Essa comanda quanto è rimasto del Grand’Organo e dell’Organo Espressivo lasciando inutilizzato l’organo di sinistra. Nel 1985, infine, il Cav. Giuseppe Ruffatti costruisce un nuovo organo a tre tastiere di 47 registri e di circa 4000 canne incorporando ed elettrificando l'organo di sinistra.
____________________ 1 Francesco Paradiso, "Per Attratto e Maestria" - Organari Siciliani fra XVI e XIX secolo |